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Dalla rete: UN SALTO NEL VUOTO

Pexels / Pixabay

Leggo, leggo, leggo e non posso non fare una riflessione su ciò che il futuro ci riserberà una volta raggiunti gli obbiettivi che stiamo rivendicando per la nostra professione.
Dubbi, da parte mia. Perché?
LEGGO del leader del gruppo chiedere, qualche giorno fa, chi è veramente disposto a scendere in strada per una manifestazione nonostante incitazioni a migliaia, da illo tempore, da parte dei colleghi.

Del “doman non v’è certezza” perché “tra il dire e il fare” ci saranno i soliti, a mio parere, “sono di smonto, sono di turno, non ho più ferie, siete lontani, ho la febbre, devo portare il cane a fare pipì, mi è crollata la casa, etc,” che potrebbero vanificare gli sforzi dei pochi volonterosi.

LEGGO di colleghi abiurare il nostro passato umiliando chi ne ha fatto parte. Un percorso storico culturale composto di persone, storie, sacrifici, colleghi di “serie B” che hanno assistito i nonni, genitori, parenti, amici di coloro, e anche loro stessi, che oggi si fanno cogliere dalla nausea al solo sentirne parlare.

LEGGO di colleghi che parlano di finirla di portare tazze di caffè e camici ai medici con lo scopo di accendere gli animi di persone facilmente infiammabili in una rivalità senza fine. In 27 anni di lavoro non ho mai portato il caffè a nessun medico, in quanto tale, e ancor oggi il più delle volte sono loro a chiedermi se ne desidero uno io. Si è quello che si decide di essere.

LEGGO di colleghi che insegnano ad altri colleghi cosa sia la NOSTRA professione. Con la saccenza di chi non sa che il più delle volte si sta rivolgendo a persone con maggior esperienza, maggiori competenze, maggiore età e vissuto personale, così come quella di coloro che non rispettano chi deve ancora crescere in vissuto, esperienza ed età.

LEGGO di colleghi che fanno “branco”, non gruppo, e piuttosto che chiedere spiegazioni intimidiscono, aggrediscono e denigrano coloro che esprimono un parere diverso. Un involuzione del normale percorso di crescita che prevede confronto e punti di vista sempre diversi. Dal Codice Deontologico Infermieristico “L’infermiere, nel caso di conflitti determinati da diverse visioni etiche, si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo”.

LEGGO di colleghi parlare di competenze e le decine di risposte diverse, per esempio, ad una domanda la cui risposta ne prevede solo UNA PER TUTTI perché testo di Legge. Competenze, in questi casi, acquistate al BRICOCENTER per il bricolage, fai da te, dell’assistenza infermieristica.

LEGGO di colleghi dai facili slogan, dalla marcia su Roma al blocco totale dell’assistenza, che non conoscono le regole di uno sciopero. Una similitudine all'”Armata Brancaleone” che la dice lunga sull’approccio culturale alla gestione di un problema e, per fortuna, c’è invece chi ha le idee ben chiare.

LEGGO di colleghi ripetere fino alla noia cos’è un Infermiere, una ripetitività degna di certe patologie neurologiche. Ormai l’abbiamo capito tutti, per favore, abbiate cortese pietà di coloro che non passano tutto il giorno su Facebook perché lavorano, hanno famiglia e figli da accudire e quando hanno il poco tempo per farlo vorrebbero leggere qualcosa di nuovo, interessante, costruttivo senza perdersi nella noia di innumerevoli commenti non degni di nota.

LEGGO di colleghi pensare la professione infermieristica una sorta di “deus ex machina”, il pilastro del Servizio Sanitario Nazionale. Una visione distorta e anche pericolosa della realtà che non tiene in considerazione il reale contributo di tutte le altre figure, pilastri anche loro del SSN.

LEGGO di colleghi ritenersi Infermieri perché hanno il titolo accademico. Forse hanno ragione perché per

FARE l’infermiere serve indubbiamente il titolo. L’interrogativo Shakespeariano dell’Amleto che mi permetto di licenziare in “fare o essere” potrebbe essere motivo di riflessione esistenziale e professionale per tutti coloro che vorranno approfondire la conoscenza dell’identità della figura che vanno rappresentando in ambito lavorativo.

LEGGO, leggo, leggo…

E nonostante tutto ciò mi piace credere nelle persone, a prescindere da ciò che pensano, perché a volte può bastare una scintilla, un esempio, una parola o una esperienza per aprire nuove visioni. E questo mio crederci ridimensiona, in parte, i dubbi del salto nel vuoto che ci riserberà il futuro della nostra professione.

Un futuro che sarà vincolato a responsabilità che, oggi, non possiamo ancora immaginare.

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