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“Ho visto infermieri tornare a casa e non riuscire a liberarsi del peso della giornata”

Sono Ambasciatore del #noisiamopronti in risposta a questo che mi è stato detto. Il #noisiamopronti è l’occasione che tanti stavano aspettando, questo è certo. Il #noisiamopronti è un punto di partenza, non un arrivo.

Sono Serena, infermiera di nuova leva, laureata appena da un anno e seguo il Movimento dai suoi albori. Con l’evento della raccolta firme ho deciso, in maniera convinta, di diventare Ambasciatore del movimento, per diventarne portavoce, nonostante qualcuno mi ritenga ancora giovane, sia professionalmente che anagraficamente.

Sono sempre stata determinata ad ottenere quello che voglio, ma non ho mai aspettato qualcuno che me lo portasse. Ma purtroppo per me, dai primi approcci con la Nostra Professione ho capito subito che quasi per nessuno è così, o almeno era.

Ho capito dal primo momento che c’era qualcosa che non andava. L’ho capito quando ho visto gli infermieri stanchi, riuscire a fermarsi soltanto per pochi minuti durante il proprio turno, rimbalzando da un letto a un altro per far sì che a nessuno mancasse nulla, per poi togliere tutto a se stessi.

Ho visto infermieri tornare a casa e non riuscire a liberarsi del peso della giornata, restando con la continua preoccupazione di non essere riusciti a fare quanto più possibile, pur avendo dato il massimo per poi tornare il giorno dopo nello stesso posto e ripetere la stessa routine.

Ho visto infermieri nello stesso tempo far ridere persone nei momenti in cui ridere era l’ultima cosa che avrebbero pensato di riuscire a fare, facendo nel frattempo altre tre cose.

Ho visto infermieri avviliti, stanchi, spenti.

Ma quasi tutti con la stessa convinzione “se non lo facciamo noi, chi lo farà? La sanità va così, i nostri ospedali funzionano così, imparalo da subito: hai scelto un mestiere difficile, le cose vanno così e non le cambieranno”.

Ho capito la forza morale di un infermiere, il senso di responsabilità nei confronti delle persone che prendono in carico, ma ho capito anche il disagio che vivono, sentendosi stretti nel posto in cui lavorano. Agli stessi infermieri ho chiesto: Ma chi si preoccupa per voi, se voi per primi non lo fate? Se non cambiate voi per primi e quello che fate, perché il resto deve cambiare?

Avete mai provato a far qualcosa, in tutti questi anni, che vi permettesse di vivere meglio il vostro lavoro? Il reparto, nel senso largo del termine, lo vive l’infermiere, ne cura ogni aspetto, lo conosce come le proprie tasche, conosce tutto di chi entra e di chi esce, ridà la vita a tanti, accompagna nell’ultimo viaggio altri, chiama tutti per nome, ne tiene a mente ogni intervento da effettuare, risolleva gli animi, consiglia, cura e si prede cura di chiunque passi per di là, che sia un paziente o un suo parente o amico.

Raccoglie il meglio e il peggio di ogni persona e li dosa scrupolosamente per permettere il miglior contatto possibile per far sì che quest’ultimo si fidi, si lasci curare.

Il reparto diventa il secondo luogo di vita di un infermiere, perché vuoi o non vuoi, ci si passa la vita lì dentro, ci si lascia sempre un pezzo, c’è sempre una preoccupazione rivolta a chi resta lì, anche quando si torna alle proprio vite private. E perché non provare a riorganizzarlo, nel suo piccolo, per farlo funzionare meglio?

Avete mai chiesto alle vostre Direzioni perché non avete personale di supporto sufficiente? Avete mai chiesto perché lavorano due soli infermieri per quasi 30 persone? Avete mai chiesto a qualcuno di provare a fare quello che fate voi ogni giorno? Avete mai scritto qualcosa, parlato con qualcuno, cercato aiuto? Che cosa sapete di quello che fate?

Chi siete? Cosa potete essere e diventare?

Non sono mai stata presa sul serio, forse non mi prenderei sul serio nemmeno io, ma io, essendo una novellina, volevo capire se gli infermieri avessero o meno percezione del loro lavoro e del loro potere o se quello che ho letto nei libri di studio era una realtà appartenente solo ad altri paesi o possibile anche da noi.

Una risposta su tutte mi ha fatta azzittire, mi ha scossa dentro e ho capito quanto davvero è difficile a volte avere coscienza di sé quando si è troppo presi dal resto, quando ti sei abituato a stare a testa bassa: “Quando starai tu infermiera di ruolo nel tuo reparto farai come meglio pensi. Noi non vogliamo problemi, non possiamo lottare per nulla. Quello che ci danno, quello ci prendiamo. Se pensi sia possibile fallo tu, noi non possiamo fare niente.

Sono Ambasciatore del #noisiamopronti in risposta a questo che mi è stato detto. Il #noisiamopronti è l’occasione che tanti stavano aspettando, questo è certo.

Il #noisiamopronti è un punto di partenza, non un arrivo.

Il #noisiamopronti ha smosso le coscienze di tanti colleghi che hanno vissuto tantissimi cambiamenti della professione e anche di chi aspetta ancora un altro cambiamento e sente che adesso è il momento per fare in modo che avvenga.

Il #noisiamopronti è stata una presa di coscienza forte da parte della categoria infermieristica, si è smesso di rimuginare su quanto di male c’è e si è iniziato a guardare a un nuovo futuro, a tutto quello che c’è da fare, si può e si deve fare.

Gli infermieri hanno alzato la testa e hanno iniziato a guardarsi in faccia l’uno con l’altro e hanno iniziato a farsi sentire e a sentire dentro un sentimento comune forse assopito da un po’: l’identità professionale.

Si è affermata la coscienza del proprio operato, l’infermiere ha riconosciuto tutto quello che è in grado di fare, tutte gli ambiti di competenza che gli appartengono e adesso vuole che gli vengano riconosciuti, che gli venga riconosciuto fino all’ultimo merito e capacità.

Sono Ambasciatore del #noisiamopronti perché io penso sia possibile, perché credo nel mio e nel nostro futuro, perché è quell’occasione che ha permesso a tanti infermieri di riscoprire il senso di appartenenza alla professione infermieristica.

Sono Ambasciatore perché voglio essere parte attiva del cambiamento, perché voglio metterci il mio, per quanto poco possa essere, voglio fare quello che qualcuno ancora non crede di poter fare.

Lo voglio fare perché mi hanno detto “fallo tu se proprio ci credi” e quindi eccomi qua.

Serena P. Procentese

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