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21 maggio 2018

Dalla Rete: Una delle cose che mi fa inorridire di più è l’omertà.


Mi è capitato più e più volte di leggere professionisti sanitari dichiarare di non avere “un’opinione” riguardo i vaccini.

Magari è superfluo dirlo ma un professionista è colui che svolge con conoscenza, competenza e capacità un lavoro che ha come ambito la SALUTE. Si spera lo faccia anche nel pieno della coscienza e che s’interessi a migliorare le proprie conoscenze specifiche di pari passo con le competenze richieste dal suo campo operativo.
Va da sé che se tutti questi punti sono soddisfatti e si sta dunque svolgendo, almeno in linea di principio, al meglio il proprio lavoro, non ci sia molto da dire: i vaccini non sono un’opinione. La loro sicurezza, efficacia e importanza è alla portata di chiunque abbia un’alfabetizzazione ed una cultura scientifica seria.

Premesso questo, c’è poco da dire. Se la pensate diversamente dall’intera comunità scientifica non siete che pari a quei quattro soggettoni che parlano di “bomba chimica” riferendosi ad un vaccino che contiene meno di 30 antigeni.

Se pensate che “vaccinarvi non faccia per voi” non andate in contatto con persone malate, con immunodepressione temporanea o permanente, con soggetti vulnerabili per una ragione o per un’altra, quali neonati, anziani, personi in terapia con chemioterapici.

Se pensate che parlare di vaccini e quindi conoscere a sufficienza a riguardo non faccia parte delle vostre competenze, ricordate che siete VOI i referenti a cui il cittadino si rivolge: a te, ginecologo, si rivolge la gravida, la donna che cerca una gravidanza, la signora con un K uterino, l’adolescente alle sue prime esperienze sessuali. A te, ostetrica, si rivolge la donna dalla pubertà alla menopausa, la puerpera, la gravida del corso preparto; a te, pediatra, si rivolgeranno i genitori spaventati dal bombardamento di notizie contrastanti e tu sei la persona designata per spiegare loro perché di cosa giusta da fare ce n’è solo una; a te, infermiere, pneumologo, otorino, gastroenterologo, medico di famiglia, chiunque tu sia e qualunque sia il tuo ruolo ma che sei a stretto contatto con la salute, a te chiunque può chiedere.

Non possiamo lavarcene le mani e fare orecchie da mercante. Abbiamo un codice deontologico, un’etica professionale. Se non la condividete, nessuno vi costringe a tenervi fede purché siate coerenti con voi stessi: svolgete un mestiere che non vi metta a contatto con la salute del singolo e della collettività.

Perché tacere, dire “non ne voglio sapere”, “fate come vi pare” non vi scagiona ma vi rende complici di un sistema che fa acqua e che, come vedete, ci ha condotti alla drammatica situazione a cui da un paio d’anni facciamo fronte quotidianamente tutti noi che prendiamo il vostro stesso stipendio, con la differenza che noi crediamo nella nostra professionalità e che quello che abbiamo studiato lo ricordiamo, l’abbiamo capito e lo mettiamo in pratica. E non voler sapere, non volersi addentrare in un territorio spinoso significa essere omertosi. Né più, né meno.

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