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21 maggio 2018

“IL MONDO SA CHE ESISTIAMO?” UN’INFERMIERA DALL’INFERNO SIRIANO


Bereen Hassoun racconta cosa significa vivere il terrore della guerra mentre i bombardamenti continuano incessantemente e le persone muoiono sotto i propri occhi.

“Cosa significa essere madre quando non puoi nemmeno comprare un biscotto per tuo figlio? Come pensate che viva la maternità quando mio figlio mi chiede ogni giorno: ‘Moriremo oggi? Perché ci stanno bombardando’?”.

Queste domande, vere e agghiaccianti, le ha pronunciate Bereen Hassoun, madre e infermiera nella città di Harasta, nel distretto siriano assediato di Ghouta orientale, in Siria, attraverso una  testimonianza raccolta da Marcel Shehwaro di Global Voices.

Nel Ghouta orientale, l’area che circonda la città di Damasco, oltre 1.200 persone sono state ferite dai bombardamenti del regime e circa 250 sono morte soli negli ultimi giorni. Almeno 700 negli ultimi tre mesi, anche se alcune fonti locali riportano che il numero delle vittime possa arrivare a 1.000. Si tratta di una delle ultime aree controllate dai ribelli nel paese.

Secondo gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, altre 13 persone sono morte e 100 sono rimaste ferite per i raid aerei sferrati il 22 febbraio dall’esercito regolare siriano su Ghouta Est. Da domenica 18 febbraio, giorno d’inizio dell’operazione militare, sono oltre 270 le vittime nell’area, dove vivono assediate circa 400mila persone.

Alcune stime riportano che il numero totale di civili uccisi sia pari a circa 1.000 negli ultimi tre mesi. Anche le infrastrutture civili sono state gravemente colpite, con quattro ospedali bombardati il 19 febbraio.

Bereen Hassoun viveva nel quartiere di “Al Tibbiya” dove si trovava l’ospedale da campo, una zona presa fortemente di mira dai bombardamenti proprio per la presenza del campo. Lì Bereen lavorava come infermiera insieme al marito, che era un medico.

Il racconto integrale di Bereen Hassoun:
“Quando circa un mese fa i bombardamenti hanno iniziato ad intensificarsi, mi sono rintanata con la mia famiglia nel rifugio sotterraneo di Harasta. Il rifugio conteneva 50 famiglie, tra cui circa 170 donne e bambini, tutti spaventati e affamati”.

La donna racconta del freddo patito in quei giorni trascorsi tra pesanti bombardamenti e la sensazione che quell’incubo non trovasse fine.

“I vetri alle finestre erano stati fracassati dai pesanti bombardamenti. Il freddo era brutale, penetrava nelle ossa, e per quanto provassimo a scaldarci non riuscivamo a farlo. Quel freddo è diventato parte di noi. Anche quando indossavo cinque maglioni e tre paia di pantaloni e mi rintanavo sotto le coperte con mio figlio, sentivo ancora freddo”.

“Mio figlio Husam, di 3 anni, continuava a sussurrarmi all’orecchio: ‘Ho freddo, ho freddo’ e il mio cuore si raggelava ancora di più”, racconta la donna.

“I nostri bambini hanno sofferto qualsiasi malattia, dall’asma alle infezioni oculari. Perché per ogni bambino se ne ammalava un altro. Questa per me è quella che chiamo la nostra ‘vita di tutti i giorni’ sotto assedio, ma il bombardamento ha rappresentato un ulteriore disastro per noi”.

“Quando riesci a mangiare tranquillamente, hai come l’impressione che stai rubando. Mangi tranquillamente mentre gli altri dormono. Mangi solo perché non sopporti più la fame”.

“Non potevamo lasciare il rifugio perché non sapevamo in quale momento il regime avrebbe potuto bombardare Harasta. Il bombardamento era talmente intenso, continuativo, giorno e notte. Le donne non hanno mai lasciato il rifugio se non per preparare il cibo per i loro figli, ed è così che abbiamo perso Umm Muhammad”.

“Umm Muhammad era la mia vicina di 28 anni. Un giorno in cui i bombardamenti erano particolarmente pesanti, ce ne stavamo tutte sedute nel seminterrato ad abbracciare i nostri figli. Li abbracciavamo e pregavamo, chiedendo al Signore di proteggerci. All’inizio, l’aereo da guerra ha bombardato da qualche parte in lontananza. Ovunque guardassi intorno a me nello scantinato, vedevo madri calmare i loro figli, pregare e piangere”.

“Avevamo tutti paura, eravamo tutti in attesa di una possibile morte. Il primo bombardamento ha colpito l’edificio sopra di noi. Poi la protezione civile, quella che è conosciuta come Caschi Bianchi, è arrivata e ci ha messo in salvo”.

“Non riuscivamo a vedere dov’erano i bambini nella nebbia sollevata dalla polvere. Mio figlio mi era stato vicino per tutto il tempo, ma dopo il primo attacco i bombardamenti si erano calmati un pochino, così aveva iniziato a lamentarsi e lamentarsi che voleva andare a giocare con i suoi amici. Per questo quando è arrivata la seconda bomba non sono riuscita a trovarlo da nessuna parte”.

“Ho iniziato a cercarlo tra gli altri bambini come una matta: ‘Hussam, Hussam, Hussam!’”.

“Pochi minuti dopo il dottore mi ha chiesto: ‘Puoi prenderti cura di questo bambino? Sua madre è morta’. L’ho guardato e l’ho riconosciuto subito: era il figlio di Umm Mohammad, la mia vicina che era stata con noi nel seminterrato fino a pochi minuti prima”.

“Aveva del cibo a casa, e voleva dar da mangiare ai suoi bambini che erano affamati. Li aveva portati al primo piano in modo che potessero mangiare, ma la bomba è caduta e l’ha uccisa”.

“Ci siamo messe a piangere per Umm Muhammad, e perché avevamo paura. Ci chiedevamo se anche noi saremmo andate incontro allo stesso destino e se i nostri figli sarebbero rimasti senza la mamma”.

“Tenevamo occupate gran parte delle nostre serate con l’immaginazione. Nessuno strano tipo d’immaginazione o fantasticheria, cercavamo per lo più d’immaginarci le risposte alle nostre domande: saremo mai riuscite un giorno a rivedere i nostri genitori? E loro, avrebbero mai visto i nostri figli? I nostri figli sarebbero mai stati in grado di giocare di nuovo come tutti gli altri bambini? In futuro, avrebbero mai saputo cosa sono le banane?”

“Una volta ho chiesto ad uno dei miei vicini: ‘siamo davvero vivi? Gli altri sanno che esistiamo davvero, e che siamo vivi in questi scantinati?’”…

(The Post Internazionale)

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