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Essere infermieri al SERT


Ventinove febbraio: la mattina scorre veloce tra i miei nuovi pazienti come ogni mattina da quando ho cambiato sede lavorativa.
Due mesi che non lavoro più in ospedale, ma sono sul territorio, in un piccolo Sert di provincia.
Molti colleghi mi dicono: “Guarda dove sei finita?”.
Ti vedono come quella che distribuisce il metadone  o che fa la raccolta delle urine. Quanto invece c’è di sbagliato in questi preconcetti.
Quanto conta essere bravo con la relazione, l’osservazione, capire subito i primi segni di un’astinenza, di un’overdose, cambia tutto il processo che si avrà con quel tipo di paziente. Questi pazienti che adesso vanno chiamati utenti perché così è il nostro nuovo sistema sanitario tanto moderno ed efficiente.
Ma anche qui i pazienti/utenti subiscono discriminazioni così come succede nel mondo fuori.
Così accade che i pazienti ricevono anche giudizi ed etichette a seconda della loro patologia di fondo.
I malati psichiatrici che già nelle classifiche sono agli ultimi posti vedono solo una categoria sotto di loro ovvero quelli che soffrono di dipendenze patologiche.
Ora detta così tutti potrebbero pensare che le dipendenze patologiche siano un bel modo raffinato per chiamare i vecchi tossici ma alla fine il bere o il giocare in maniera patologica fino a distruggere se e il resto del mondo è proprio qualcosa di tossico come tossiche sono le benzodiazepine, le anfetamine, gli oppiacei e qualunque altra sostanza che ti distrugge fino a diventare un altro te.
Alcuni di questi pazienti ancora non li ricordo tutti per nome ma loro sanno già che io mi chiamo Silvia.
Mi sorridono o mi sbuffano a seconda di come va la loro giornata, di quante ossa rotte devono raccogliere o hanno loro rotto.
Non è facile stare con loro ma sto imparando, sto imparando a capire, a indossare altri abiti, ad avere la mente aperta dagli stereotipi che la società ci impone.

Sto imparando che essere un infermiere al Sert è qualcosa che va oltre il tuo curriculum, prende una parte della tua anima e te la distrugge per poi ricostruirla. Giorno dopo giorno, fallimenti, ricadute, speranza di esserne uscito, depressione, ansia, psicosi, nevrosi.
Ogni giorno vedi tanti stati d’animo diversi, dicotomici in una stessa persona.
Devi stare attento a non farti sopraffare, a mantenere etica, empatia e un certo equilibrio per non portarti a casa le loro storie.
Oggi però non riesco a non farlo, oggi uno di loro è andato via.
Uno di loro, uno di quelli per cui hai ancora una motivazione professionale che ti fa sperare nella tua mission.
Oggi non c’è più.
20 anni sono pochi, troppi pochi per girare la testa dall’altra parte e dire se l’è cercata.
Nessuno cerca nessuno.
Esistono solo occasioni e persone.
Occasioni mancate e persone perdute.
Oggi ventinove febbraio un piccolo esserino fragile ha deciso che lottare era troppo per lui.
Non giudicate perché non potete sapere cosa si prova ad essere impotenti.
Abbiate solo la tenerezza.

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