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26 maggio 2018

Donna e infermiera: ritagli e immagini di una professione tra bisogni, mode e stereotipi


Si dice che le donne abbiano la capacità, a differenza degli uomini, di far funzionare contemporaneamente più aree del cervello. Non so se tale affermazione sia supportata da evidenze relative alle neuroscienze, so, in maniera empirica, che probabilmente è vero.

Ogni 4 infermieri 3 sono donne, Sono oltre 300.000 le colleghe iscritte attualmente alla FNOPI, a fronte dei quasi 100.000 uomini, quindi le donne sono intorno ai ¾ degli iscritti.

Ciò significa, quindi, che tutti abbiamo avuto esperienze lavorative e professionali con colleghe donne, e tutti siamo, più o meno a conoscenza di storie di professionalità e dedizione, ma anche storie di forza, amore e vita: come quelle delle mamme, delle mamme infermiere, che ci raccontano come, ogni giorno, si può avere la forza di una guerriera e la dolcezza di una mamma, combattendo ogni momento, accanto ai loro pazienti e nelle loro famiglie.

Le infermiere sono professioniste che hanno affrontato un lungo e severo percorso di studi universitari, completato da percorsi formativi specialistici, stage e perfezionamenti. Ma sono anche donne che molto spesso devono affrontare, oltre al normale peso dell’attività lavorativa, anche la responsabilità di una famiglia con tutte le sue esigenze.

Oggi è il momento di fare, finalmente una pacata riflessione sulla professione dal punto di vista femminile.

Il nostro lavoro, la nostra professione, che prevede una continua assistenza, determina la necessità di organizzare il tempo del lavoro in turni a ciclo continuo, durante i quali al personale viene fatta richiesta di interventi in situazioni di emergenza alla quale non sempre risulta adeguatamente pronto.

Il contatto quotidiano con la sofferenza e la morte, la pressione dell’utenza, l’inadeguatezza delle strutture e la scarsa definizione dei ruoli sono tutti fattori che concorrono a determinare condizioni di stress. A ciò si aggiunge, come aggravante, la forte carenza di personale determinata anche da una insoddisfacente condizione contrattuale.

Non tutte le infermiere risentono allo stesso modo dello stress, i cui effetti variano a seconda del tipo di attività professionale svolta. Tuttavia l’affaticamento mentale e psichico che aumenta generalmente in modo fisiologico durante la gravidanza e prosegue maggiormente nel periodo post-partum rende sicuramente le donne più suscettibili agli effetti degli agenti stressanti.

Le donne, secondo me, dovrebbero avere una retribuzione e un riconoscimento più alti, o quantomeno una serie di tutele anche di tipo sociale in più, rispetto ai pari uomini, semplicemente perchè quando escono dal lavoro hanno anche il lavoro da fare a casa, parte del quale lo fanno anche il mattino prima di uscire.

Certo, per fortuna ci sono anche gli uomini che a casa sono collaborativi a 360 gradi, ma in ogni caso la maggior parte del peso dell’organizzazione e della gestione familiare ricade ancora interamente sulle donne.
Si nasce maschi o femmine, differenti dal punto di vista biologico, ma è attraverso la socializzazione, il lavorare in equipe che ci si costruisce come “uomini” o “donne”. Imparando un insieme di regole comportamentali, simboli, gesti, assecondando stereotipi, adottando ruoli da interpretare, gli individui imparano a riconoscersi, e a riconoscere gli altri, come appartenenti all’uno o all’altro sesso, ma soprattutto a rispettare le diversità in ambito sociale, culturale e professionale.

Giustino Ciccone, Ambasciatore Campania

Primo Maggio. La difficoltà di essere mamme e professioniste

Il 1° Maggio degli Infermieri e delle professioni sanitarie

 

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