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Buon 1° Maggio colleghe!

Infermiera dal 1990. Moglie e madre dal 1985. Oggi osservo i miei 3 figli e mi chiedo: ma quando sono cresciuti? Una donna che lavora nelle professioni sanitarie se lo chiede spesso e quando si guarda indietro si spaventa e si meraviglia. Perché una donna non è solo una professionista sanitaria, è anche moglie, madre, figlia, sorella, zia e nipote eppure riesce a coniugare tutti i ruoli e la sua vita sembra il capolavoro di un mosaicista: un milione di piccole tessere che magistralmente messe insieme creano immagini meravigliose che raccontano la vita nella sua semplice complessità.

Raccontare la mia vita lavorativa mi viene difficile: mi è sembrato più facile viverla oggi che la guardo da lontano. Eppure mi rivedo con il pancione coperto dal camice lavorare fino al settimo mese in una corsia di Medicina generale.

Nemmeno le divise erano adatte ad una donna incinta, dovetti chiederne una maschile ed adattarla perché il pantalone allora non era previsto: alle infermiere solo camice e grembiule! La scelta di allattare al seno è stata sofferta sapendo di dover ricorrere allo svezzamento precoce per rientrare in servizio lasciando i figli al 4′ mese di vita.

La formazione? La guardi da lontano, non te la puoi permettere con i piccoli , la casa e la famiglia. Ma poi penso alla prima Infermiera che ho conosciuto nella mia vita: mia madre. Lei ha avuto ancora meno tutele di me eppure ci ha cresciuti bene tutti e 4 nonostante usciva di casa alle 5 del mattino. Ai corsi regionali ci hanno insegnato che la nostra era una missione e fino a 40 anni ho lavorato all’ombra del mansionario. Ho vissuto la rivoluzione della professione e il mansionario mi stava stretto ma come coniugare famiglia, figli e formazione?

Le donne che lavorano hanno una marcia in più e poi tra i banchi dell’Università ci sto bene nonostante i miei colleghi così giovani e così liberi. E la laurea triennale e poi la magistrale e i master di primo e di secondo livello, ed i miei figli così piccoli che i fiori che portano il giorno della discussione di tesi sembrano nasconderli, ma dietro quei fiori c’è la mia forza , la mia famiglia e la mia vittoria. Come si fa? Non lo so non c’è una ricetta , non c’è un metodo , c’è solo una donna che ha scelto di lavorare e studiare.

Le donne vivono una condizione sociale speciale: sono il punto di riferimento del welfare familiare , hanno dentro la forza e la determinazione e la voglia innata di farcela tutti i costi. Spesso mi sono sentita dire che ho sacrificato troppo i miei figli e la mia famiglia. Un pensiero a volte mi prende e mi ferisce un po’ , ma poi li guardo e mi rendo conto che non è così. Autonomia e indipendenza, spirito di sacrificio e determinazione, forza d’animo e sguardo fiero davanti alle difficoltà, volitivi e guerrieri quando devono raggiungere un obiettivo, uniti e solidali davanti alle difficoltà ( e Dio solo sa quali è quante) , uno spirito di adattamento non comune: queste le loro caratteristiche.

Ma quando gli ho insegnato tutto ciò?

Mai e ogni giorno della mia vita. Non so come ho fatto, non so come si fa, so che si può fare! Ho insegnato tutto con l’esempio perché non ho la presunzione di aver insegnato, ma di aver trasmesso i miei valori si! Noi siamo lavoratrici speciali , ci confrontiamo con il dolore tutti i giorni e questo ci tempra, ci fortifica e ci dà un’altra prospettiva della vita: nulla ti sembra troppo grave, nulla ti sembra insuperabile quando ti misuri con la morte e il dolore tutti i giorni.

E quando torni a casa questa forza la trasmetti in ogni cosa che fai. Ma in corsia e nell’organizzazione lavorativa? Qui la storia è più dura: e quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare! Nelle nostre organizzazioni le donne fanno più fatica: itempi proibitivi delle riunioni di lavoro spesso non consentono alle donne di essere coinvolte; la rigidità della turnistica rende complesso coniugare tempi di lavoro con i tempi di famiglia; la condizione di maternità vieta alla donna di operare in alcuni ambienti a rischio chimico o radiologico e, spesso le donne che scelgono di lavorare in gravidanza vengono trasferite in unità meno a rischio ma, purtroppo, al rientro non riescono a ritornare nella unità operativa di provenienza; affrontare e gestire i primi anni di vita di un bambino sia nella quotidianità ( scuola, gioco, sport, ricreazione) che nei problemi comuni di salute ( malattie stagionali) espone la mamma allo stigma ed al giudizio dei colleghi che valutano assenteismo la necessità di rimanere a casa per assistere un figlio malato.

Ancora di più se il figlio è portatore di disabilità; l’uso e l’abuso che in alcune realtà si è fatto delle agevolazioni della legge 104 , rende esposte a discriminazione le figlie di genitori disabili.

Non è semplice essere donne e professioniste della salute ( infermiere, tsrm, ostetriche, fisioterapiste,etc) , le leggi di tutela ci sono, vanno applicate, perfezionate e migliorate , gli asili nido sono insufficienti e regolati su orari che mal si conciliano con i nostri tempi di lavoro, la formazione e l’aggiornamento hanno costi e tempi proibitivi e la modalità e-learning non è sempre applicata nella formazione aziendale obbligatoria, la carriera e la progressione sono spesso ostacolate alle donne che devono lottare e dimostrare di più e tanto.
Eppure le donne ce la fanno, ce l’hanno sempre fatta e ce la faranno sempre soprattutto se saranno solidali con le altre donne!

Buon primo maggio colleghe!

Michelina Baldi, ambasciatrice Campania del movimento #NSP

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