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26 maggio 2018

Essere madri e professioniste. I dati allarmanti raccolti da #NSP


Tra il 29 e il 30 Aprile #Noisiamopronti ha proposto alle madri e professioniste della salute un questionario. I risultati emersi mostrano una situazione critica, che affligge sensibilmente buona parte della categoria che come sappiamo è donna (LEGGI)

Non è un campione statisticamente rappresentativo, lo diciamo fin da subito. Ma apre ad uno spaccato di vita professionale e familiare che meriterebbe un’analisi più accurata.

In poche ore hanno risposto all’appello più di 130 professioniste, desiderose di far sentire la propria voce e di poter condividere con il Movimento quel sentimento di disagio che si portano dentro, alcune da molti anni, ferite nell’orgoglio che le vede contemporaneamente donne, madri e lavoratrici. 

Come per tanti altri temi su cui il Movimento è impegnato a sollevare un dibattito crediamo sia paradossale che siano dei volontari, come gli ambasciatori che compongono #Noisiamopronti, a dover indossare le vesti di ricercatori, analisti e divulgatori di un mal contento che è tangibile e toccante quando dovrebbero essere le istituzioni stesse, se non quelle nazionali, almeno quelle di categoria, ad occuparsene seriamente con interventi programmatici politici, contrattuali e mediatici.

Che quindi servisse un questionario online per sollevare un enorme dibattito (basti pensare che il video in cui sono contenuti i risultati ottenuti dalla ricerca è stato visualizzato 500 volte in poche ore) sembrerebbe proprio segno di un sentimento di solitudine che serpeggia tra le professioniste che quotidianamente di destreggiano di fronte alle difficoltà quotidiane, parte dovute all’organizzazione e in parte alla cultura professionale, non sempre inclusiva.

La difficoltà di essere donna, madre e lavoratrice in Italia è un fatto noto, basta consultare gli ultimi dati ISTAT sulle pari opportunità per rendersene conto, ciò che però è inconcepibile è il silenzio e la terra bruciata che aleggia attorno a questo tema.

Il campione preso in analisi è composto da 136 donne, di cui il 91% infermiere, 2,2% ostetriche, 1,5% fisioterapiste e TSRM e in minima parte da altre professioniste della salute. Il 56,6% è del Nord, il 25,7 % del Centro e il 17,6% del Sud. L’87,5% è dipendente pubblico, l’8% dipendente privato, 3,7 % libero professionista, 0,7% è disoccupato.

Dall’analisi dei dati emerge innanzitutto che la strada si fa in salita per la lavoratrice fin dal primo momento in cui apprende di essere in dolce attesa. Infatti la notizia di una nuova gravidanza è accolta negativamente dal 30% dei superiori e dal 20% dei colleghi, frenando immediatamente ogni sorta di entusiasmo.

Fatte queste considerazioni, e tenuto conto che quasi il 90% del nostro campione è dipendente pubblico, non stupisce dunque che il 7% delle intervistate, di cui il 40% è dipendente privato o libero professionista, abbia dichiarato di aver avuto paura di perdere il lavoro a causa della gravidanza. I timori purtroppo si sono rivelati realtà dal momento che il 50% delle libero professioniste è stata costretta ad abbandonare il lavoro.

In mezzo a queste difficoltà arriva la gioia di diventare madri, di tenere tra le braccia qualcosa di speciale, il proprio figlio, un nuovo cittadino. Così, con un colpo al cerchio e uno alla botte, grazie soprattutto al contratto pubblico, le neo-mamme si trovano finalmente a ritornare al tanto sospirato posto di lavoro. Le cose però non migliorano, anzi.

E’ infatti il 40% delle neo-mamme ad essere costretta a cambiare reparto dopo la gravidanza, in barba al benchè minimo rispetto per l’esperienza, le conoscenze o le competenze acquisite precedentemente (sempre il 40% ha dichiarato che queste non sono state prese in considerazione una volta rientrate al lavoro). 

Su 10 professioniste riassegnate ad un nuovo reparto, 4 pensano che il ricollocamento abbia influenzato negativamente la propria carriera successiva.

Non bastava ritrovarsi in un contesto nuovo, circondate da nuovi colleghi e costrette ad apprendere come destreggiarsi nel nuovo lavoro, perché il 35% delle professioniste ha anche incontrato grosse difficoltà ad ottenere l’esonero dalle notti, diritto garantito dalla legge fino al compimento del terzo anno d’età del figlio. A ciò si aggiunge che il 37% delle neo-mamme è stata costretta a interrompere involontariamente l’allattamento per esigenze di lavoro mentre dall’altra parte le esigenze della famiglia vengono agevolate solo nel 54% all’interno dell’organizzazione.

Ma di tutti questi dati raccolti nessuno ci rattrista e indigna di più di quelli che seguono:

  • il 22% delle professioniste HA PAURA di rimanere nuovamente incinta
  • 16% delle intervistate vorrebbe un altro bambino ma non ci prova per paura di avere conseguenze sul lavoro

 

E dunque eccoli i risultati del nostro breve e semplice questionario, i dati parlano da soli ma siccome il nostro più grande cavallo di battaglia sono le competenze specialistiche (perfezionate – ovvero formate sul campo; esperte e specialistiche) ci teniamo a concludere segnalando ai nostri lettori come sia inammissibile, in un contesto come quello sanitario che richiede conoscenze sempre più precise e aggiornate, che le professioniste vengano spostate di reparto come se fossero semplici numeri, pedine più che persone, come se l’assistenza personalizzata dei nostri pazienti fosse solo una favola, tra le tante.

Sara Daglio, Ambasciatrice del Piemonte

 

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