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Il segreto racchiuso in una parola: “gentilezza”

Il segreto custodito nelle vecchie ma sempre attuali buone maniere che sono racchiuse in una parola. “Gentilezza”

La mia riflessione questa settimana parte da una domanda banale che mi è stata rivolta da chi non so più neanche come si chiama, che mi chiedeva per quale motivo non siamo più in grado di vedere quello che ci tiene uniti e puntualizziamo sempre le divergenze?

Eppure basterebbe poco per dare risposta, che non può che essere quella, che a volte basta solo una semplice e banale dose di gentilezza in più.

A questo proposito riporto un pensiero letto su un post in quello strano e malsano mondo che è Facebook, dove qualcuno sentiva il bisogno di ringraziare i propri figli, i propri cari che riportava un mio condiviso pensiero in merito alle sue figlie che osservandole nel loro maturare, mantenevano a dispetto dei tempi che corrono, sempre quella gentilezza che lui gli aveva insegnato come base del rispetto con cui dovevano secondo lui trattare tutti a prescindere dalle differenze.

Una volta letto ciò, mi sono sempre più convinto perché avalla un mio credo, che questo tipo di comportamento dovrebbe rappresentare per tutti una granitica convinzione che deriva secondo me, dall’innato ottimismo che dovrebbe a priori rappresentare per tutti una strada da percorrere in modo naturale.

Ma cosa vuol dire oggi essere gentili? Se ci rifletto il vero problema e che ormai più nessuno mette quest’atteggiamento in cima alla lista dei suoi personali desideri. Quando si tende la mano a chi ha un parere differente dal nostro, oggi è ritenuto infantile o idealista, mentre al contrario in una società come quell’odierna così lacerata si dovrebbe proprio tendere a riconciliarsi con le vecchie ma sempre valide buone maniere. Ecco. È questo che dobbiamo fare.

Abbiamo bisogno di tornare assieme, ancora tutte le volte che è possibile farlo perché necessario, facendo un piccolo sforzo nell’immergersi nella profondità dei nostri pozzi di gentilezza, bontà e benevolenza. Mai come in questo periodo, dovremmo avvertire l’esigenza di riallacciare i fili, di costruire ponti, di cercare punti di contatto.

Mi domando come.

Forse semplicemente predisponendoci verso l’apertura come gesto semplice e spontaneo, per mezzo un mio tanto citato ma fruttuoso “sorriso”. Non un sorriso di circostanza da mostrare in pubblico, neanche quello forzato, cinico o addirittura sarcastico, ma quando penso al sorriso, lo immagino per com’è quando ci viene fuori in modo istintivo se ci soffermiamo su un paesaggio o quando ancora oggi qualcuno cede il posto a una persona anziana, o di più quando guardiamo un bambino che gioca, o vediamo un amico che non la pensa come noi su qualcosa, ma cui non smettiamo di voler bene.

Il sorriso per me equivale a una mano tesa, è per chi scrive è lo strumento più potente per creare empatia, per superare le distanze, per scardinare quelle inutili strategie difensive che spesso vengono frapposte.

Già, perché sono convinto che la resistenza al sorriso sia uno sforzo inutile, e rimanere intrappolati dietro le proprie barriere, non giova a nessuno. Per fortuna invece, io di sorrisi ne sto vedendo tanti anche vivendo in una società, quella che mi circonda, dove vedo persone talvolta su posizioni differenti ed è proprio lì che sto ancora una volta riscoprendo la forza silenziosa e potente del sorriso e non sono il solo. Ogni giorno dobbiamo affrontare questioni urgenti, ipotizzare soluzioni a problemi, prendere delle decisioni che richiedono concretezza che prevede la ragione, ma che non può più prescindere con il rispetto verso di noi nel metterci sempre una buona dose di gentilezza. 

Ci sarà sempre chi non sarà d’accordo con me, ma dobbiamo tendere la mano, ascoltare, confrontarci e capire che la strada da fare è comune.

Allora perché non sorridere ai nostri compagni di viaggio?

Gattuso Maurizio Domenico, Ambasciatore Calabria


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