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La dimensione del vivere la terminalità

La mia riflessione che oggi riporto in lettere e consonanti, come sempre parte da mie personali considerazioni che hanno origine nel mio osservare il contesto che mi circonda giornalmente e quindi da sensazioni vissute.

Oggi casualmente tutto ciò è stato supportato e prende spunto da un articolo letto sul giornale che mi ha fatto nascere l’obbligo di mettere in condivisione quella mia sottile ma percettibile sensibilità che non può mai mancare a chi vive a stretto contatto con i cosiddetti malati terminali.

La domanda che spesso mi faccio se riportata in un contesto di discussione, ancora oggi dà vita a pensieri discordanti come fosse un dilemma omerico, che al posto di “essere o non essere”, si chiede se di fronte a questi pazienti bisogna “dire o non dire” la triste ma reale verità assoluta sulla sua condizioni di salute.

In Italia come sempre siamo a dir poco un passo indietro anche in tema di comunicazione chiara e trasparente tra professionista sanitario e paziente se si pensa che ancora oggi, pochissimi malati conoscono in modo esplicito, di essere in una condizione terminale. Tra i malati oncologici se ne contano solo uno su otto secondo statistiche da me lette.

Come sempre tristemente accade, in Europa la situazione è molto diversa, per certi aspetti ribaltati se solo pensiamo che in Olanda addirittura la modalità e i tempi del morire possono essere decisi dalla persona che soffre in modo insopportabile e irreversibile, non solo la guaribilità di una malattia, ma anche l’aspettativa di vita è oggetto frequente di comunicazione aperta al malato.

In Italia siamo soltanto da pochi anni arrivati a finire il dibattito sull’obbligatorietà del consenso informato per ogni atto medico e solo questo la dice lunga su quanto bisogna ancora lavorare sull’etica professionale da condurre in ambito socio sanitario. Bisognerebbe quindi ritornare sempre più spesso a riflettere su come l’arte della guarigione richiede oggi, che siamo difronte ad ammalati sempre più informati dalla rete, riconquistare quel rapporto di fiducia che se non completo in modo dettagliato d’informazioni chiare e trasparenti secondo me ci fa perdere in termini di credibile professionalità.

Parte del problema della verità nel rapporto col malato terminale, della verità che ancora oggi viviamo come problema e non invece come risorsa, sta nelle nostre difficoltà emotive, nei nostri imbarazzi, in una sorta forse di sentimento di avere fallito, che devono essere messe da parte al più presto se vogliamo essere oggi dei professionisti sanitari al passo con i tempi. Quindi credo che a ciascun momento deve seguire la sua verità fatta si di turbolenze su ciò che accade realmente, ma alza e abbassa di continuo il velo su ciò che si avvicina a chi sta prestando assistenza.

Non è detto nè scritto da nessuna parte che il medico sia la figura scelta per trattare un tema tanto intimo come la verità sulla propria morte, ma per diretto contatto con chi soffre questa indescrivibile condizione, è principalmente l’infermiere oggi professionalmente preparato ad avere questo dovere forte di acquisite competenze tecniche e anche psicologiche preparato da anni di studio e esperienze di chi sta a contatto diretto da sempre con l’uomo che soffre.

La biografia del malato come competenza infermieristica insieme ad una comunicazione sempre più aperta, possono e devono essere non solo punti di riferimento per il clinico, ma capacità di sopportare così diversi scenari.

Mi domando tuttavia cosa dice il corpo in tutto questo? Possibile che ancora non ci si rende conto che alla fine penserà il corpo dello stesso malato a informare di quello che oggi trattiamo ancora con tanta reticenza? Se la condizione di fine vita è un passaggio non banale, è nostra responsabilità riconoscere e supportare con competenza chi soffre questa condizione fatta oggi di troppe ambiguità e contraddizioni in chi sta morendo e in chi gli sta vicino. Bisogna fare di tutto questo scrivere un momento di riflessione se non altro per avvicinarsi a capire davvero l’importanza di raggiungere gli standard Europei in questo tema che porta dentro di se ancora troppi limiti culturali figli di un passato della nostra professione che forse ancora non ci siamo definitivamente messi alle spalle.

Gattuso Maurizio Domenico

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