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Di microchip, complotti ed altre storie 

Accade in Liguria. La notizia rimbalza sulla stampa nazionale. Un portinaio, sindacalista dell’ospedale Galliera, trova nella propria camicia un microchip: scoppia una protesta, da parte delle rappresentanze sindacali.

Immaginando uno scenario Orwelliano, si urla allo scandalo: quei congegni sarebbero dotati di GPS e servirebbero per spiare i movimenti di medici, infermieri e operatori sanitari vari, eccezion fatta per gli amministrativi: insomma un “Grande Fratello”, che controlla tutti, concedendo minima libertà ai fedelissimi del Partito.

Il titolone è servito, e oltre la stampa il dibattito si sposta sui social, dove trova terreno fertile per sviluppare polemiche di vario tipo e genere.

In realtà quel chip esiste da tempo, non è un sistema GPS, come si sono premurati di far sapere i vertici aziendali. Serve al servizio di lavanderia esterna per poter “ritrovare e monitorare” la biancheria mandata a lavare.

“Ci sono codici a barre e i nomi” obietta qualcuno, non contento della spiegazione: vero, ma la tecnologia si evolve, magari semplificando il lavoro a chi quelle divise le lava, le stira e provvede a “rispedirle al mittente. Qualcun altro sentenzia: “66 milioni di euro spesi per inserirci questi chip; potevano essere assunti per assumere personale”: sì, ma a quel personale qualcuno dovrà fornire le divise e lavargliele: inoltre il nuovo appalto include le spese di gestione di tutta la biancheria ospedaliera di una regione per anni.

Può sembrare una spesa alta? Lecito, ma bisognerebbe analizzare più dettagliatamente i costi che vengono sostenuti e ricordarsi che non sono soldi spesi per installare microspie, ma per garantire un servizio a dipendenti e utenti: a meno che non si voglia chiedere ai dipendenti di provvedere autonomamente alle proprie divise e agli assistiti di portarsi le lenzuola da casa…

Insomma un dibattito esploso sulla base di nulla: su chi ci ha scritto facendone un caso nazionale non esprimo commenti, il giornalismo non è il mio campo, tuttavia noi infermieri, i medici e i professionisti sanitari tutti dovremmo aver appreso dall’università le basi per riconoscere una bufala, a ricorrere a fonti affidabili e, quantomeno, a porci dei dubbi prima di sollevare un polverone per non  finire a “Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore” [G.Orwell, 1984]

Fabio Fedeli

Redazione #noisiamopronti
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