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Il paradosso dell’ignoranza: l’incompetente si sente bravo, l’esperto è pieno di dubbi

La notizia sul World Almanac del 1996, sezione Offbeat News Stories:

Quarantacinque anni, alto poco meno di un metro e sessanta e pesante poco più di 120 chili, venne riconosciuto senza difficoltà dai testimoni come il responsabile di ben due colpi in pieno giorno a Pittsburgh. Le telecamere di sorveglianza lo mostravano a volto scoperto, la pistola in mano. Quando venne arrestato non ci poteva credere: “Ma io ero ricoperto di succo!” disse ai poliziotti. Succo di limone.

Wheeler si era ricoperto il volto di succo di limone, convinto che questo potesse garantirgli l’invisibilità. Gli investigatori riferirono che il rapinatore non aveva improvvisato, ma si era preparato accuratamente. “Il succo di limone mi bruciava la faccia e gli occhi, facevo fatica a vedere” avrebbe detto poi ai poliziotti. Nel corso dei  preparativi si era persino scattato un selfie con una polaroid, per verificare che il metodo fosse davvero efficace. E nella foto lui effettivamente non c’era – probabilmente l’acidità  gli aveva impedito di prendere bene la mira. McArthur aveva ottenuto la prova che cercava. Il succo di limone funzionava: era diventato completamente invisibile.

David Dunning

David Dunning, professore di psicologia sociale alla Cornell University, lesse la notizia e pensò: se Wheeler era troppo stupido per essere un rapinatore, forse era anche troppo stupido per sapere di essere troppo stupido per essere un rapinatore. “La sua stupidità gli nascondeva la sua stessa stupidità” pensò lo psicologo.

Dunning si chiese poi se fosse possibile misurare il livello di competenza che ciascuno crede di avere confrontandolo con la reale competenza. Nelle settimane successive organizzò un progetto di ricerca con un suo laureando, Justin Kruger. Il loro paper Unskilled and Unaware of It: How Difficulties of Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-assessments venne pubblicato nel 1999 e da allora è un piccolo classico degli studi sull’ignoranza di sé. Il risultato delle ricerche dei due studiosi è conosciuto come “effetto Dunning-Kruger”.

 

 

I risultati sono stati raggiunti attraverso una serie di studi su senso dell’umorismo, abilità grammaticali e logiche, studi in seguito estesi anche ad altri campi. Prendendo in considerazione il 25 per cento del campione cha aveva ottenuto i risultati peggiori in ogni prova, si osservava che in media, in una scala da 1 a 100, i soggetti si davano un punteggio di 62, nonostante la loro valutazione effettiva non superasse i 12 punti. Questo accade perché in molti campi l’atto di valutare la correttezza della risposta di qualcuno richiede la stessa competenza necessaria a scegliere la risposta esatta. Sembrerebbe dunque che la tendenza alla sopravvalutazione di sé sia inevitabile.

Il più delle volte gli ignoranti non sanno di essere ignoranti, suggeriscono Dunning e Kruger. In effetti, se cerchiamo di capire che cosa non sappiamo attraverso l’introspezione potremmo non ottenere nulla. Possiamo continuare a chiederci “Che cosa non so?” fino allo sfinimento, e darci delle risposte, ma non esauriremmo mai il campo infinito della nostra ignoranza. Guardarsi dentro non sempre porta risultati soddisfacenti, l’unico modo per uscire dalla propria metaignoranza è chiedere agli altri.

Dunning spiega così il fenomeno: per ogni competenza, esistono persone molto esperte, esperte così così, poco esperte e pochissimo esperte. L’effetto Dunning Kruger consiste in questo: le persone pochissimo esperte hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. Fanno errori su errori ma tendono comunque a credere di cavarsela.

Anche i milgliori sbagliano

I peggiori si credono i migliori, abbiamo detto. Ma dagli studi di Dunning emerge un dato speculare: anche i migliori sbagliano, in senso opposto. I più competenti tendono a sottovalutare le proprie competenze. Arrivano facilmente alle risposte giuste e credono che anche gli altri siano in grado di giungere con altrettanta facilità allo stesse conclusioni. Di conseguenza, quando si tratta di dare una valutazione su di sé, non si collocano nella fascia alta. È colpa dell’effetto del falso consenso (la tendenza a pensare che gli altri agiscano in modo simile al proprio), ed è coerente con gli studi sull’attribuzione della conoscenza, i quali mostrano che le persone sovrastimano la quantità di persone in possesso della loro stessa conoscenza.

 

Il fenomeno è anche conosciuto con il nome di “sindrome dell’impostore”. Chi soffre di questa sindrome – detta anche “impostorismo” – non direbbe mai esplicitamente “mi sento un impostore”, eppure si sente esattamente così. Anche nei casi in cui consegue successi e riconoscimenti, questa persona avverte che il suo successo è dovuto a qualche colpo di fortuna, a una misteriosa combinazione, oppure a un grande sforzo irripetibile; crede che i suoi risultati siano dovuti solo a un caso e non siano piuttosto il risultato delle sue abilità o delle sue competenze. La prossima volta fallirò di sicuro, pensa.

La sindrome colpisce soprattutto le donne. La tendenza è confermata anche dagli studi più recenti. Due sociologhe americane, Jessica Collett e Jade Avelis, si sono chieste per esempio come mai così tante donne che intraprendono la carriera universitaria a un certo punto optano per il cosiddetto downshifting, ovvero perché rinunciano a un posto di alto livello e alle proprie ambizioni. Non accade perché vogliono “mettere su famiglia”, come spesso si pensa. La ricerca, svolta su 460 studentesse di dottorato, ha rivelato che la causa in realtà è proprio la sindrome dell’impostore. Se rinunciano alla carriera è perché credono di non essere all’altezza e di essere arrivate nella loro posizione per una qualche coincidenza, non per merito.

Gli esperti hanno osservato come la sindrome sia frequente soprattutto in contesti in cui la competizione è alta e in cui, per di più, ci sono poche figure di “mentori” in grado di dare una valutazione realistica. Proprio per questo le università americane spesso affiancano alle studentesse delle docenti che possano esercitare questa funzione di guida. L’effetto però non è sempre quello voluto. Spesso infatti l’impressione di sentirsi un impostore è acuita dal confronto con i docenti. “Credevo che la mia tutor fosse SuperWoman” ha riferito una studentessa. Secondo molti esperti, l’unica soluzione all’“impostorismo” è parlare di più delle proprie insicurezze.

Leggi l’articolo completo su http://www.iltascabile.com/societa/il-paradosso-ignoranza/

Estratto e adattato dal capitolo 10 di ? – Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, il nuovo libro di Antonio Sgobba edito da Il Saggiatore.

Redazione #noisiamopronti
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