Approfondimenti

La sanità pubblica ha necessità di un cambio di direzione?

 

In sanità ci sono sempre stati tempi complicati per attese, aspettative, illusioni, prospettive, stagnazioni.

Due o tre ambiti traccianti passi da compiere e dai quali possano discendere opportunità, anche per l’infermieristica, di uno scatto culturale vale la pena di annotarli, ad iniziare dal considerare di inquadrare ed approfondire sul professionista sanitario come singolo esercente o aggregato della comunità di riferimento.

La sanità è ormai acclarato essere diventata un contenitore autoreferenziale in cui la macchina amministrativa occupa progressivamente spazi e tempi prima destinabili al terminale del suo stesso senso di esistere: il cittadino e la relazione assistenziale.

Senza, la sanità arretra, perde la sua identità, e volge in ambienti e contesti funzionali a ruoli e scambi di cortesie nel più classico del “do ut es”, il cui effetto tangibile mal si concilia con il processo di cura dove la gradualità e la decisione della relazione (non funzionali ad interessi terzi se non al bene dell’assistito) portano al positivo effetto domino del recupero dell’autostima (anche del professionista), dell’autosufficienza, di atteggiamenti proattivi di sanità pubblica, di mantenimento del bene salute, del rafforzamento dell’asse sanitario-cittadino piuttosto che sanitario-burocrazia, dell’avvento di nuove generazioni professionali con maggiori possibilità di espressione anche clinica.

Il sistema sanitario cambia, evolve (e involve…) sia nel pubblico che nel privato, sia in ospedale che nel territorio, in acuzie o cronicità, e il cittadino guarda al domani con complessiva perdita di interesse rispetto a cosa attendersi e quando sotto forma di soluzioni alla propria domanda di salute.

E non trascuriamo l’evidenza che la salute deve trovare ospitalità di dibattito per mettere in discussione critica la credibilità di chi si dichiara esperto, e invece non lo è, o la facilità con cui anche le persone meno preparate (ma funzionali…) si ritengono in grado di prendere decisioni in un ambito molto complesso come quello sanitario.

Gli attori del sistema salute, appunto i professionisti sanitari e i cittadini.

I lavoratori del comparto della sanità pubblica, privata e dell’università hanno il rinnovo contrattuale al palo da anni immemori, con uno stipendio ridicolo, responsabilità gravose ed aggiuntive, dotazioni organiche ridotte ai minimi termini.

I cittadini? Ancora numeri, cartelle cartacee, posti letto, trattati per sintomi e non per complessità assistenziale e intensità di cure, in un percorso interprofessionale assolutamente slegato dove l’infermiere non dialoga con l’oss, il medico con l’infermiere, lo specialista con l’amministrazione, e potremmo continuare.

E del ricorso alle prestazioni assistenziali private per cortocircuiti del sistema, per chi può permettersele, ne possiamo parlare?

Arrotondano le retribuzioni pur ridicole, gravano sulle liquidità delle famiglie, alimentano il nero, tolgono prospettive libero professionali ai neo laureati. Ma soprattutto dimostrano che il loro ricorrere funziona quando non funziona il servizio sanitario pubblico o privato convenzionato e quando la qualità della continuità assistenziale risente del controllo culturale interpares e via satellite.

La relazione con l’assistito non si sostituisce da algidi programmi informativi, telemedicina/e-health, tablet o smartphone sui quali caricare provvidenziali applicazioni che semplificano l’aspetto burocratico del lavoro in sanità: essa si mantiene con il rapporto diretto, tra un sorriso ed una manovra d’urgenza.

Mettere in intranet i dati dell’assistito e le informazioni correlate ad un aspetto patologico piuttosto che ad un DRG comporta il presentarsi al cospetto del cittadino per l’erogazione della prestazione z all’ora x del giorno y? Mai. La valutazione è e resta in capo al professionista e non al computer.

La salute è disuguale perché il sistema sanitario nazionale stenta ad organizzarsi in modo omogeneo: i cittadini di alcuni territori hanno un accesso meno facile alle prestazioni, sia in termini di tempestività sia per la prossimità ai servizi. Le differenze geografiche esistono anche all’interno di una stessa regione. Gli esiti delle cure possono essere molto diversi da ospedali ad ospedali ed anche in ospedali suddivisi in più stabilimenti.

Da ciò discende che può anche azzardarsi di dire che la sanità è di fatto incostituzionale di suo: trascura i dettati di cui all’art. 32 a prescindere, rende difficile-uniforme e universale l’accesso alle cure, diversifica i risultati, appiattisce le risposte, crea una sanità non solo di serie A e serie B, ma addirittura di serie C.

 

 

La sanità è diventata una industria di produzione di burocrazia?

Nel caso delle risorse umane, a conferma dei ragionamenti proposti, valuta e si regge complessivamente più sulla rilevazione automatica della presenza del singolo piuttosto che sulla qualità della performance resa.

E nella formazione post laurea, ad esempio, diplomifici su master ed Ecm residenziali e fad non si contano più e non se ne contano, nemmeno, gli esiti e le ricadute.

Orientamenti assistenziali e competenze specialistiche? Grandi assenti tra l’improvvisazione organizzativa e la prospettiva di riconoscere e valorizzare chi le competenze le possiede e non vorrebbe mantenerle chiuse in un cassetto.

Ogni assistito e ogni cittadino costano alla comunità miliardi di euro. La domanda da porre è solo una: le risposte del ssn per mezzo delle prestazioni assistenziali valgono questo investimento ed impegno economico, anche nell’edilizia sanitaria?

La risposta è evidentemente negativa. Importanti capitoli di spesa che si frammentano in mille rivoli e mille sponde, che risentono del sistema ipertecnologico e sovra burocratizzato, spesso non efficiente pur rilevando che si registrano tanti ambiti di buona sanità e di buona amministrazione, con servizi di livello medio alti. Risiedono e lavorano solo in questi ambiti il buon management e i buoni professionisti della salute dalla diagnosi alla cura?

L’eccezione deve diventare la regola, normalità. E’ questo il cambio di direzione che attende di essere disposto.

Dr. Graziano Lebiu, presidente Ipasvi Carbonia Iglesias

Redazione #noisiamopronti
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