Approfondimenti

L’appropriatezza

di Annalisa Silvestro

Ho letto la riflessione di Daniela Minerva nella rubrica “Periscopio” dell’inserto Rsalute del quotidiano “Repubblica”.

RSalute – Inserto di Repubblica

Daniela Minerva parla dei tempariossia dell’ultima disposizione adottata da alcune Regioni – ma pare che si allargherà ad altre – che definisce il tempo che deve essere impiegato dai medici ospedalieri per diverse prestazioni sanitarie rese in ambito ambulatoriale.

La giornalista spiega che, secondo il “tempario”, una visita specialistica non può durare più di 20 minuti nei quali il medico ”… deve salutare il paziente, chiedere la ragione della visita e farsi raccontare dal malato storia clinica, sintomi e paure, visionare i test diagnostici, pensarci su e proporre una terapia; va da se, condividendola con il paziente che deve capire bene tutto, esprimere i suoi dubbi, essere accompagnato dal dottore a decidere se una certa cura, gli effetti collaterali ed il suo potenziale terapeutico sono giusti per lui, ovviamente esponendo nel dettaglio le diverse opzioni: sennò che fine fa l’umanizzazione delle cure? E poi deve trascrivere il tutto nella cartella clinica al computer… Se tutto deve avvenire in 20 minuti, come ha fatto notare la presidentessa della federazione dei medici … nessuno specialista potrà attardarsi a verificare meglio alcuni elementi…. . Pare che l’obiettivo di tale catena di montaggio sia il taglio delle liste di attesa…. “.

La conclusione a cui giunge la giornalista è che il “tempario” sia “l’ultima spiaggia di un sistema che non riesce a fare quello che tutti gli esperti dicono si dovrebbe fare: evitare le prestazioni inappropriate (che sono la stragrande maggioranza), far lavorare gli strumenti h24, creare una rete specialista – territorio che prenda sul serio in carico il malato e non lo lasci mai solo. E tenere i medici in ospedale a lavorare invece che farli scappare in clinica o nei reparti dell’ospedale stesso dove svolgono la cosiddetta attività libero professionale”.

Finita la lettura, mi è venuto facile pensare, da una parte, che i medici ospedalieri quando fanno le visite ambulatoriali divisionali sono supportati per le loro attività, dall’altra che, in fondo, ha poco senso stigmatizzarne alcuni loro comportamenti professionali. Non fanno altro che utilizzare percorsi e possibilità che il “Sistema” mette a loro disposizione e che, evidentemente, il sistema stesso non vuole modificare o non è capace di superare.

Poi ho anche pensato che è innegabile che una standardizzazione così come descritta, non può essere di supporto per svolgere al meglio le valutazioni e le prestazioni specifiche.

Ma proprio questo pensiero mi ha indotta a riflettere sui diversi, molteplici e creativi metodi e sistemi che Ministero, Regioni e Aziende hanno utilizzato per standardizzare i tempi di assistenza infermieristica, utilizzando sia un bruto minutaggio privo di riscontri professionali a monte o a valle, sia adoperando il blocco del turnover over, sia negando le sostituzioni per assenze dovute a molteplici cause e variabili, sia non compensando le ore mancanti per il passaggio ad un regime di lavoro part time.

La Giornalista concorda – giustamente – sul fatto che i pazienti potrebbero avere ripercussioni a causa di una standardizzazione così asciutta del tempo/prestazione dei medici.

Che dire allora della contingentazione dei tempi di cura degli infermieri che, insieme ai loro assistiti, soffrono per “Tempari” di cui nessuno parla, su cui magari pochi riflettono se non per parlare di dotazioni organiche a prescindere e che ancora di più disumanizzano l’assistenza.

Daniela Minerva dice che il problema delle liste di attesa ossia della risposta ad una domanda sanitaria sempre più tumultuosa e crescente può essere affrontato intervenendo sull’appropriatezza.

L’Appropriatezza: un criterio tanto citato e altrettanto tanto contrastato proprio da coloro che ne invocano l’uso a vantaggio degli assistiti e del buon andamento del sistema salute.

Appropriatezza: l’Araba fenice del SSN, il mantra dei parlatori, lo slogan dei gestori, la nebulosa di tanti dal territorio all’ospedale, dal domicilio agli ambulatori.

L’Appropriatezza clinica, l’appropriatezza assistenziale, l’appropriatezza organizzativa, l’appropriatezza gestionale, l’appropriatezza dal vago colore e sapore di prezzemolo.

Tutti ne parlano, tanti la esaltano, pochi la concretizzano, molti la combattono, resistendo ad ogni tentativo di formalizzarne gli elementi costitutivi, ancor più se incidono sulla tanto decantata e mai definita autonomia decisoria in “scienza e coscienza” o basata su consuetudini oniriche e antiche, ma così belle e rassicuranti.

E invece si può proprio fare: linee guida, evidenze, rigore metodologico … appropriatezza, soprattutto in questa fase storica e alla luce di nuove leggi e ridefiniti quadri normativi.

Chi potrebbe contrastare gli infermieri che si muovono e assistono in quest’ottica, che pianificano ed organizzano sulla base di quei criteri e riferimenti a vantaggio dell’assistito e dei cittadini, che si impegnano per un giusto dimensionamento dei tempi e dei carichi di lavoro, tutelando così l’assistito, la qualità e l’umanizzazione dell’assistenza e del Sistema. Varrebbe la pena di provarci!

Redazione #noisiamopronti
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