Dal territorio

Teatro, negozi e nessun camice. La svolta dei villaggi Alzheimer

Hogeweyk il villaggio Alzheimer aperto nel 2009 a Weesp, vicino ad Amsterdam, ospita, in 23 case, 152 persone affette da demenza senile. Almeno tre villaggi sono in costruzione in Italia e uno in California

 

Hogeweyk è un quartiere speciale che sorge alle porte di Amsterdam, nel piccolo comune di Weesp. Un unicum che da anni studiano esperti di tutto il mondo, e che gli esterni possono visitare solo su prenotazione e a pagamento. C’è chi lo critica, paragonandolo a un Truman Show, e chi lo elogia perché permette di vivere una vita più normale. Ora quel modello, rivisitato, arriva in Italia: è in costruzione a Monza e a Roma e i lavori potrebbero partire entro l’estate a Cardano al Campo (Va).

Li chiamano «villaggi Alzheimer» perché sono dedicati a persone affette da questa demenza senile (in Italia sono 600.000, le strutture potranno accoglierne meno di 300) e propongono un superamento delle Rsa (residenze sanitarie assistenziali), che chiudono l’esistenza nello spazio di un corridoio o poco più. L’idea dei villaggi è quella di ampliare quello spazio riproducendo all’interno – perché sono recintati – la quotidianità del pre-malattia.

 

Case in condivisione

E allora ecco che, innanzitutto, non si vive in corsia ma in una vera casa, da 8-10 persone, in cui seguire il proprio ritmo, alzandosi a orari diversi e cucinando insieme. Inoltre, sorvegliati da strumenti tecnologici, si può uscire da soli. L’area protetta, di diverse migliaia di metri quadri, prevede infatti di ricreare un piccolo borgo, con un supermercato, un bar, una chiesa, un parrucchiere, un parco e un teatro-cinema in cui girare liberamente, e un’ulteriore zona da raggiungere con gli operatori, rigorosamente senza divisa.

«Oggi chi si ammala ha due possibilità: il centro diurno o il nucleo Alzheimer in una casa di riposo – osserva Roberto Mauri, presidente della Cooperativa La Meridiana, che inaugurerà nel 2018 a Monza il villaggio “Il paese ritrovato” -. Non sono sufficienti, rimane scoperta quella fase, che può essere lunga e logorante, in cui la persona è attiva dal punto di vista motorio ma la malattia è in uno stadio medio-avanzato».

 

Il modello olandese

I tre progetti italiani prendono a modello il villaggio di Weesp, costruito nel 2009, ma hanno differenze sostanziali. Quello della Capitale, che sorgerà – dopo anni di ritardi burocratici – «nel 2018 nel quartiere della Bufalotta e sarà gratuito per gli utenti», spiega la Fondazione Roma che lo sta realizzando, ricalca l’esperienza olandese nella scelta della suddivisione per «generi sociali» dei malati. Sono stati individuati tre profili (culturale-cosmopolita-creativo, tradizionale-conservatore e urbano-sociale), in base ai quali arredare le case e raggruppare le persone. Una classificazione che in Olanda ha ricevuto critiche, «ma non è un criterio rigido – sottolinea la Fondazione – serve solo per ricreare ambienti simili alle case degli ospiti».

 

Nelle due strutture lombarde, invece, le abitazioni saranno sì una diversa dall’altra, per facilitarne il riconoscimento, ma non caratterizzate. E se in quella di Monza si privilegia «la tranquillità» e non sarà permesso l’ingresso di esterni (solo familiari, volontari e visitatori programmati), a Cardano si punta sull’integrazione. «Non volevamo creare un ghetto dorato in cui chiudere chi ha l’Alzheimer – sottolinea il dottor Marco Predazzi, presidente della Fondazione Il Melo e anima del “Villaggio A” di Cardano -. Lo scambio con l’esterno è fondamentale: supermercato e negozi saranno aperti a tutti».

Il capitolo scottante riguarda i costi. L’investimento iniziale si aggira sugli 9-10 milioni di euro, che a Monza arrivano principalmente da «tre famiglie illuminate», a Varese da un imprenditore e a Roma dalla Fondazione. Poi, però, ci sono i costi di gestione. «Gli investitori ci sono in questo settore ma dobbiamo creare un modello sostenibile e replicabile – spiega Mauri -. In Olanda il costo al giorno per persona si aggira sui 220 euro, coperti dallo Stato. Noi non dobbiamo superare i 110, sperando che il pubblico ci dia un contributo di almeno un quarto. Il resto? Le famiglie».

 

Luci, aromi e orologi

Per abbattere i costi si riduce il personale, sostituendolo con la tecnologia. «A Monza gli ospiti saranno 64, i dipendenti – tra medici, infermieri, oss, animatori, fisioterapisti – una settantina». Avranno uno smartphone con cui monitorare gli ospiti. «Con esperti di diverse università stiamo studiando varie soluzioni – spiega Alberto Attanasio, coordinatore del progetto di ricerca – tra cui un cerotto o un orologio in grado di geolocalizzare la persona e rilevarne, misurando battiti o livello di ossigenazione, lo stato di stress». Verranno poi usati colori, aromi e luci per facilitare gli spostamenti. «Di notte, ad esempio, si attiveranno piste luminose per il bagno e uno speciale lampadario illuminerà il gabinetto» continua Attanasio.

«In casa il rapporto uno a uno con un malato di Alzheimer è devastante, chi lo prova lo sa – sottolinea Mauri -. E allora cosa succede? C’è il nucleo Alzheimer ma per i malati può essere uno shock. “Qui son tutti matti, dove mi avete portato?” è la prima reazione. Se diventano violenti devono essere sedati o tenuti a letto. In un ambiente diverso, un borgo in cui muoversi e interagire, i livelli di stress diminuiscono». «Un malato di Alzheimer va controllato, è ovvio – aggiunge Predazzi – ma in queste strutture innovative può riprendere i suoi ritmi. L’artificio c’è, ma serve, paradossalmente, a rendere reale la vita».

Fonte: www.lastampa.it

 

Redazione #noisiamopronti
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